Abstract
L'accezione di controllo cui il collegio sindacale (CS) è tenuto a ispirarsi si è evoluta nel tempo: dall'iniziale funzione di controllo generale si è progressivamente identificata a latere la funzione di controllo contabile, enfatizzando il principio secondo cui il controllo è elemento fondante di una corretta conduzione aziendale finalizzata alla lecita creazione di valore. L'attività di controllo è venuta nel tempo a configurarsi in termini multidisciplinari, così come ci si è convinti sempre più che la stessa deve essere svolta in ogni ambito aziendale e nei singoli processi: organizzazione e risorse umane, affari generali, amministrazione, finanza e controllo, affari istituzionali, relazioni esterne, e così via. Nell'accezione più recente, l'organo di controllo è chiamato a sovrintendere l'attività e le scelte degli amministratori e ad accertare l'esistenza di procedure orientate al conseguimento degli obiettivi aziendali; deve vigilare "sul rispetto dei principi di corretta amministrazione ed in particolare sull'adeguatezza dell'assetto organizzativo, amministrativo e contabile adottato dalla società e sul suo concreto funzionamento". Ciò comporta indirettamente un procedimento di valutazione del sistema di controllo interno, più o meno formalizzato che, ancorché non espressamente richiamato dall'art. 2403 c.c. assume di fatto valenza inderogabile per la valutazione del sistema generale. In ciò si differenzia dal revisore, cui è riservata la verifica della corretta tenuta della contabilità, della completa e conforme rappresentazione dei fatti aziendali, dell'adeguatezza delle valutazioni di bilancio. Il presente contributo analizza il "rinnovato" ruolo del CS, proponendo i risultati di una ricerca empirica condotta con riferimento un campione di società quotate italiane. L'obiettivo è di sottolineare le problematiche e i fattori critici che possono limitare l'efficacia dei controlli, ma soprattutto di evidenziarne i potenziali interventi migliorativi.